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- Nardo: Chi ha tradito chi?
Caso Nardo. Per l’ennesima volta, a strettissimo giro di posta, assistiamo a Bolzano alla narrazione ad una dimensione: quella del Centro-Sinistra. Nardo, subentrato con le surroghe a Gennaccaro dimissionario (la sua carica in Provincia è incompatibile con quella in Comune) passa subito in maggioranza invece che rimanere all’opposizione. Passa quindi dalla Civica Io Sto Con Bolzano a Forza Italia. Il Coordinatore di FI prima dice di non saperne nulla, poi ammette. Diciamo che l’operazione non brilla per trasparenza e non faccio particolare fatica a credere che si tratti di un’operazione condotta per puro interesse personale data la natura delle forze politiche coinvolte. Va anche ricordato che solo l’anno scorso l’ex segretario del PD locale Alessandro Huber è passato nella lista di Gennaccaro senza drammi di questo tipo, neppure mediatici. Si è quindi gridato al tradimento e pedissequamente tutti i media locali hanno ribadito il concetto. Ne è seguito un discreto shit-storm ai danni del Nardo. Niente di drammatico, ma sicuramente non piacevole. Però, signori, siamo veramente sicuri che la Lista Civica abbia cambiato la sua natura politica di partito votato al governo (ai limiti della prostituzione politica, diciamolo), in modo condiviso ALMENO con la sua base di iscritti e eletti se non proprio con suo elettorato? Perché è chiaro che anche snaturare la vocazione di un partito rappresenta una forma di tradimento e dei più alti. La Civica è passata da partito a vocazione governativa a partito d’opposizione. Da partito che poteva sfruttare la sua naturale centralità a lista che dovrà contendere il mercato elettorale al PD e al TeamK. Se ci sono dei mal di pancia è naturale. E so per certo che questi mal di pancia non si limitano al solo Nardo. Nardo si dovrebbe dimettere? Dipende. Io ho militato nel M5s. Chi è stato eletto nei primi tempi aveva aderito ad un forza politica che si era costituita intorno a concetti come “Ogni eletto risponderà alla propria coscienza, non a organi direttivi e capibastone” (11.8.2011), poi tutto si trasformato nel suo contrario e non dopo congressi o dibattiti, ma per la decisione del leader. Si è quindi passati alla proposta anticostituzionale del vincolo di mandato dove basta una singola persona anche non eletta da nessuna parte per controllare centinaia di parlamentari e consiglieri. Anche no! Chi avrebbe dovuto dimettersi quindi? Grillo e Casaleggio che tradiscono i valori stessi e la natura del movimento che avevano fondato o chi ci ha "creduto" mettendoci la faccia? Ogni organizzazione viene fondata con un atto di imperio. Che sia un'associazione, un partito, un'azienda o uno stato. Si parte da un atto arbitrario d'imperio. Da quel momento, ovvero dopo un breve periodo di sospensione delle regole democratiche, chi aderisce alla nuova organizzazione ha diritto ad una gestione democratica e quanto più condivisa.
- “Corrarati, abbiamo un problema… anzi due!”
La foto ufficiale della Secessione del Colle Parafrasando la celebre frase della Nasa relativa all’Apollo 13: “Corrarati, abbiamo un problema… anzi due”. Il primo problema è relativo alla nomenclatura nominata in decenni di governo del Comune di Bolzano da parte del Centro-Sinistra. L’amministrazione della città non è affatto super-efficiente per usare un eufemismo. Se lo fosse, semplicemente, il Centro Sinistra non avrebbe perso le elezioni. Va quindi celermente riorganizzata, ma va anche tenuto conto che gli uomini del CSX sono presenti in tutti i gangli dell’amministrazione, spesso nominati direttamente senza concorso e spesso nominati con concorsi concepiti su misura. Succede ovunque, da sempre. Il Comune di Bolzano non si può permettere di cambiare gli assessori senza riorganizzare l’amministrazione come è accaduto in Provincia dove cambiano gli assessori ma la nomenclatura rimane quella nominata direttamente dal PD con il risultato che l’elettorato pensa di aver votato il cambiamento, l’assessore ciancia di un tipo di politica, ma in pratica gli uffici fanno esattamente il contrario. Il secondo problema è relativo alla comunicazione. Se non fosse chiaro l’intero apparato degli organi di informazione in Alto Adige è in mano a redazioni di Centro Sinistra. Lo si è evinto chiaramente prima col caso Salvadori , dove per una citazione del tutto legittima con la scusa di aver citato Goebbels (IN NEGATIVO, lo ribadiamo per i diversamente furbi e i finti tonti di turno) il Consigliere è stato violentemente attaccato e costretto alle dimissioni fino a subire anche ritorsioni in ambito lavorativo e famigliare, attaccato e distrutto politicamente ed umanamente per l’aver in realtà criticato la legittimità di esporre la bandiera LGBT sui palazzi pubblici: “Colpirne uno per educarne cento” (Mao- dittatore cinese). Il secondo episodio è relativo al boicottaggio delle surroghe dei quattro consiglieri dimissionari. Quello che si è compiuto è stato un atto gravemente lesivo dell’ordine democratico. Le surroghe sono un atto dovuto, stabilito dalla legge, e la sentenza del Consiglio di Stato nr. 2273 del 17.3.21 stabilisce chiaramente che non possono essere inficiate per effetto di “manovre dilatorie ed ostruzionistiche […] che paralizzino il regolare svolgimento della vita democratica” tanto che il numero legale dell’assemblea passa in subordine. Noi invece abbiamo assistito ad una vera e propria congiura degli ignavi ed allo scimmiottamento della Secessione dell’Aventino (con comunicato e foto ufficiale). Indipendentemente dalla rilevanza penale dell’atto o meno, quantomeno di fronte alla gravità democratica dell’atto (non dell’espressione di un’idea, dell’ATTO), andavano richieste le dimissioni in massa. Invece cosa è passato su tutti, e dico tutti, i media regionali? È passata la tesi totalmente settaria che la seconda convocazione del Consiglio per votare le surroghe è avvenuta per gentile concessione della Minoranza che avrebbe graziato la Maggioranza senza numeri. È chiaro, insomma, che c’è un grave problema di comunicazione e che Giunta e Maggioranza non possono affidare il monopolio della loro comunicazione ad un siffatto sistema monopolizzato politicamente dal Centro-Sinistra. Vanno dunque utilizzati tutti i canali indipendenti e va pensato seriamente alla creazione di una redazione giornalistica che possa garantire quella pluralità dell’informazione oggi oggettivamente del tutto assente.
- Diego Salvadori ha ragione e chi lo infama ha torto marcio
È paradossale che sia proprio io a difendere pubblicamente il Consigliere Diego Salvadori di FdI Bolzano perché io con lui ci ho litigato in lungo e largo tanto sono diverse e distanti le idee che ci dividono. Lui è un conservatore cattolico mentre io sono un ateo liberale. Potremmo litigare una vita intera se solo ci venisse dato il giusto spunto. Avevamo litigato pubblicamente sui social a causa della rassegna pornografica che avevo organizzato col Cineforum. Invece non avevamo avuto modo di litigare per le varie rassegne di cinema gay organizzate assieme al Centaurus. Ma io sono autenticamente liberale e non posso accettare accuse ad hominem e gogne mediatiche organizzate ad arte da chi, per altro, come giornalista ha incarichi nell’organizzazione del prossimo GayPride cittadino e subito raccolte dall’orda della macchina del fango. No, Diego Salvadori non si deve scusare. Ha criticato l’esposizione della bandiera arcobaleno LGBT su un palazzo pubblico. Anche io lo ho fatto considerandola una forzatura, un’esposizione istituzionale abnorme rispetto anche a tutte le altre cause che non sono affatto meno importanti e, soprattutto in questo periodo, ho sostenuto che è grottesco esporre la bandiera arcobaleno del movimento LGBT al posto di quella arcobaleno della pace quando soffiano i venti della terza guerra mondiale, c'è un genocidio in atto a Gaza, l’attacco all’Iran e la guerra in Ucraina. È chiaramente un’arma di distrazione di massa. Salvadori ha articolato brevemente ma chiaramente il suo pensiero. Ha aggiunto alla foto della bandiera al vento davanti all’edificio la citazione di Goebbels, ministro della propaganda nazista (più che braccio destro di Hitler, come è stato invece scritto): “LA BANDIERA NON SEGUE IL POPOLO MA È IL POPOLO CHE DEVE SEGUIRE LA BANDIERA”. Si tratta dunque chiarissimamente di una citazione “in negativo”. Come se ne fanno spesso (soprattutto a sinistra) ad es. accostando l’immagine di Netanyahu a citazioni di Hitler o addirittura con la svastica. E altrettanto si è fatto con Craxi, Berlusconi ecc. accostando le loro figure e le loro parole a Mussolini. È altresì chiaro che Salvadori ha sostenuto che il motivo dell’esposizione della bandiera è diffondere il messaggio politico LGBT. Citare Goebbels rafforza il concetto della propaganda autoritaria che sarebbe intrinseco a questa operazione. Invece si è voluto, in modo assolutamente orwelliano, capovolgere questo concetto ed attribuire a Salvadori l’intento di citare il gerarca nazista in senso positivo, come modello ideologico di riferimento, il che svuoterebbe completamente di senso il messaggio stesso del post. Ma soprattutto quella di Salvadori è una profezia che si autoavvera! Sì, perché è stata fatta un’operazione squallida nei confronti di Salvadori e gli attacchi nei suoi confronti dimostrano solo il tentativo di imporre in modo violento ed autoritario il pensiero unico woke. È vietato criticare il movimento LGBT. Chi osa criticarlo DISCRIMINA ed è un NAZI-FASCISTA. Il movimento Lgbt non può essere criticato e il diritto di libertà di espressione vale meno dei diritti della comunità gay. È grave quanto è accaduto, è grave perché è stato fortemente minacciato un diritto umano inalienabile e letteralmente calpestato lo spirito della nostra costituzione. Massima solidarietà al Consigliere Comunale Diego Salvadori, anche se non mancheremo di litigare in futuro per le mille idee che ci dividono. ------ NOTA IN AGGIUNTA Salvadori ha quindi ragione e la ragione ce l'ha due volte proprio perché la sua è una profezia che si è autoavverata. In modo totalmente illiberale si è preteso di censuralo e azzittirlo Chi lo attacca ha invece tre volte torto: 1) Perché indubbiamente una bandiera di un qualsiasi movimento esposta su un palazzo pubblico istituzionale determina una chiara posizione politica. E la pratica non è prevista affatto dalla normativa vigente. 2) Perché il suo post ha un senso compiuto in italiano solo se si interpreta in senso negativo la citazione mentre se si interpreta la citazione come un riferimento ideologico positivo il tutto perde senso. 3) Perché la macchina del fango e l'operazione di distorsione orwelliana delle parole sono un segno netto ed inequivocabile della volontà di voler imporre un pensiero unico.
- Alcune considerazioni sul referendum
Alcune considerazioni sul referendum. 1) Verosimilmente il referendum dell’8 e 9 giugno non ha nessuna possibilità di passare il quorum dato che a) l’affluenza in Italia è in costante e radicale calo da anni (oggi intorno al 60%) b) L’elettorato di destra, che è maggioritario, a ragione o meno, boicotterà le urne. 2) Quindi l’affluenza prevedibile si aggira intorno al 30%. Conti alla mano la sinistra che ha proposto questi quesiti referendari è chiaro si muova per mera propaganda, non perché pensi di avere qualche possibilità di reale successo. Di fatto sta usando gli immigrati a fini politici: tipico. 3) Se si vuole riformare o rivoluzionare il fenomeno immigratorio in Italia lo si deve fare non per colpi di mano, ma per concertazione fra le diverse forze politiche, sociali ed economiche del Paese. Oggettivamente oggi l’iter per acquisire la cittadinanza italiana è difficoltoso e irto di ostacoli burocratici. E l’iter INIZIA dopo 10 anni di residenza. Altrettanto oggettivamente l’Italia è attualmente il paese europeo che ha concesso nettamente il maggior numero di nuove cittadinanze sia in numeri assoluti che in percentuale rispetto alla popolazione. È chiaro che se si vuole addirittura dimezzare i tempi questo va fatto in un quadro di riforme che garantisca la sicurezza in generale e la sicurezza socio-economica dei cittadini in particolare. L’attuale quadro vede invece flussi migratori pressoché senza controllo e criminalità piccola e media dilagante. Nel frattempo si registra anche una compressione di stipendi, diritti, welfare e un conflitto crescente fra le fasce più deboli della società. 4) Sia la Destra che la Sinistra devono togliersi dalla testa l’idea che i nuovi cittadini, una volta acquisita la cittadinanza, fungano da bacino elettorale per le sinistre. Questa è un’idea semplicemente ignorante, nel senso che ignora la realtà sia mondiale che nazionale. I nuovi cittadini quando votano lo fanno PREVALENTEMENTE premiando partiti di centro-destra. Qui una rapida spiegazione dell’ovvio fenomeno. Personalmente io andrò a votare perché ritengo scorretto il quorum (non dovrebbe esserci come non c'è per le elezioni) e non voglio neppure che qualche illuminato think tank progressista in futuro abbia argomenti per paventare la balzana idea di introdurlo per le elezioni.
- Cosa votano i nuovi Italiani (immigrati)
Ci sono fake news di destra ed altre di sinistra. Poi ci sono quelle di sinistra che diventano istituzionali come quella dell’emergenza nazionale femminicidi. Alcune nascono a destra per false convinzioni partite da sinistra. Ad esempio a sinistra sono convinti che la loro visione politica sull’immigrazione a lungo andare premierà la loro schiera perché gli immigrati riconoscenti li voteranno. Quindi oggi, sia a destra che a sinistra, persiste la falsa convinzione che i nuovi cittadini, ovvero gli immigrati che ottenuta la cittadinanza possono votare, votino in massa a sinistra. Questa falsa convinzione era ad esempio alimentata da Bossi che accusava la sinistra di essere immigrazionista proprio per ottenere i voti dei futuri Italiani. La realtà è però un po’ diversa. Occupandomi di exit poll (sondaggi effettuati durante l’elezioni subito dopo l'espressione del voto all’uscita del seggio) ho personalmente verificato che la maggior parte dei nuovi cittadini vota centro/centro-destra. Ho intervistato addirittura molte donne velate che fiere dichiaravano di aver votato Lega o Fratelli di Italia. Esistono varie ricerche che descrivono i flussi del “voto migratorio” o di seconda generazione verso le destre europee. Ad es. quello che spiega come la cosiddetta “ultradestra” svedese abbia raccolto l’11% del voto proprio nel bacino dei nuovi cittadini. Ma nel mio stesso comune di residenza tutti, dico tutti, i nuovi eletti con origini straniere sono stati eletti in liste di centro/centro-destra. È un paradosso? No, affatto! Se si analizza bene i nuovi cittadini votano a destra perché: - generalmente provengono da culture più tradizionali e conservatrici e trovano maggiori affinità culturali e valoriali con i programmi del centro-destra che con quelli del centro-sinistra. Difficile, ad es., fare appassionare una famiglia musulmana alle tematiche genderfluid perorate insistentemente a sinistra. - non vedono di buon occhio l’immigrazione selvaggia e clandestina che li mette in cattiva luce vanificandone gli sforzi di integrazione -vivendo spesso in periferia e subendone il degrado sono più in sintonia con la propaganda delle destre che con le posizioni radical-chic da sinistra ZTL. La periferia è degradata e le gang spadroneggiano? Legge e ordine! -spesso gestiscono piccole attività imprenditoriali e quindi sono attratti dai programmi politici che propagandano una minore pressione fiscale perorati dalle destre. -spesso sono operai e, come gli operai italiani autoctoni, sono più in sintonia con il populismo (inteso nella sua accezione originaria positiva) propagandato dalle destre -come le donne che hanno paradossalmente più possibilità di essere elette nei partiti di centro-destra che in quelli di centro-sinistra, i nuovi cittadini trovano proprio a destra più terreno fertile. Secondo studi sociologici risalenti ormai ai decenni scorsi le donne emergono a destra perché giocano ad armi pari con gli uomini (semplicemente anche all’interno del partito vince il più forte). A sinistra invece spesso vengono raggirate con la scusa della solidarietà di partito che con loro fa leva sull’atavico sacrificio altruistico richiesto al genere femminile. Parimenti, a destra ai nuovi cittadini non viene richiesto di sacrificarsi per il partito e hanno così la motivazione di premere sul massimo proselitismo all’interno delle loro comunità che peraltro già in partenza, come detto prima, è più propensa a votare conservatore. - In ultimo, benché certamente in mondo minoritario, una parte dei nuovi cittadini, anche per una forma di riconoscimento, nel processo di integrazione aderisce in toto agli usi e costumi nel nuovo Paese e dal profilo valoriale diventa più italiana degli Italiani. Così, ad es., si comprendono fenomeni come i non rari militanti di origine africana nel Fronte Nazionale francese o in Casa Pound. Ovviamente, il fatto che la maggior parte dei nuovi cittadini alla fine voti a destra non significa che altri non facciano l’esatto contrario. Si tratta semplicemente di una tendenza che, comunque, confuta la falsa convinzione che la sinistra possa trarre giovamento da un’immigrazione incontrollata. articolo del 4/12/24 Il Detonatore
- Dalle trincee ai salotti e dai salotti alle trincee: la parabola degli intellettuali barricaderi (armiamoci e partite)
Dai salotti alle trincee: la parabola degli intellettuali barricaderi accomodati nei salotti TV C’era una volta l’intellettuale engagé, quello che sventolava il libretto rosso di Mao, che citava Marx nei caffè del centro e che, quando si trattava di sporcarsi le mani, lanciava molotov in nome della rivoluzione proletaria. Era il tempo delle barricate, della lotta di classe, dell’utopia rossa che bruciava nelle università. Essere un intellettuale o un artista non significa necessariamente prendere posizione contro il potere costituito, ma implica un atteggiamento critico e indipendente nei confronti della realtà sociale, politica e culturale. La funzione dell’intellettuale e dell’artista è spesso vista come quella di analizzare, interpretare e, se necessario, denunciare le contraddizioni del proprio tempo. Oggi, invece, gli stessi intellettuali – o i loro epigoni più imbellettati – sfoggiano cravatte di seta e si affollano nei talk show per spiegarci la necessità della guerra. I reduci del Sessantotto, quelli che inneggiavano alla rivoluzione globale e abbracciavano il nemico proletario di allora, oggi si ritrovano sul carro dell’atlantismo militante. Se un tempo cantavano “Immagine” di John Lennon col pugno chiuso (lo stesso pugno che in Occidente faceva rabbrividire perché simbolo del comunismo sovietico), ora si schierano compatti a favore del riarmo e dell’invio di armi all’Ucraina. La coerenza? Un lusso per chi non ha ancora imparato l’arte della trasformazione. Questa mutazione genetica dell’intellettuale da salotto non è nuova, ma raggiunge oggi l'apice. Già negli anni ‘80 molti ex barricaderi avevano ripiegato su comode cattedre universitarie, editoriali ben pagati e consulenze governative. Hanno scoperto che le rivoluzioni sono faticose, che i sogni di uguaglianza sociale mal si conciliano con le nuove buste paghe, e hanno scelto la strada più comoda: quella del conformismo ben retribuito. Oggi, il vecchio antimperialismo è stato sostituito da una narrazione che giustifica ogni azione dell’Occidente, purché ben confezionata sotto l’etichetta della “democrazia”. La guerra non è più guerra ma è “missione di pace”. L’articolo 11 della Costituzione molto ecomplesso e da interpretare alla bisogna: l’Italia ripudia la guerra senza che ci sia una “pace giusta”, dicono. Il più grande tradimento degli ex rivoluzionari non è stato nei confronti delle ideologie che hanno abbandonato, ma della loro stessa intelligenza. Ieri parlavano di autodeterminazione dei popoli, oggi sostengono le guerre umanitarie con lo stesso fervore con cui un tempo inneggiavano alla lotta armata dei vietcong. Ieri sputavano sui governi borghesi, oggi ne sono i più fedeli portavoce. L'unico elemento che è rimasto invariato è la loro sicumera: qualunque sia la causa, saranno sempre dalla parte giusta, purché coincida con quella del potere dominante. E così, mentre le bombe cadono e i popoli soffrono, questi nuovi intellettuali da salotto pontificano su cosa sia giusto e sbagliato. Sono gli stessi che un tempo lanciavano molotov contro il sistema, e che oggi lo difendono con i denti, brandendo penne ben lubrificate dagli editoriali di regime. Cambiano le bandiere, ma loro restano sempre lì: ben saldi al centro della scena, garantendosi un posto a tavola nei banchetti del potere. Un tempo gli intellettuali hanno storicamente assunto un ruolo di opposizione al potere, come nel caso di figure come Voltaire, Gramsci, Sartre o lo scomodissimo Pasolini. Hanno sfidato le istituzioni e i sistemi di potere del loro tempo. Oggi invece possiamo vantarci di avere i Galimberti e gli Scurati che propagandano lo spirito bellico europeo e la necessità dell’esercizio della forza. O ancora il grande Damiano del Maneskin che bercia dal palco “Fuck Putin!” che più o meno parafrasando è quanto dicono Draghi e la von der Leyen. Lo dicesse in Russia "Fuck Putin" mi toglierei il cappello... Ciò che distingue un vero intellettuale non è tanto l'opposizione pregiudiziale, ma l'autonomia di pensiero e la ricerca della verità, anche quando questa può risultare scomoda per le élite dominanti o per l'opinione pubblica. Un intellettuale dovrebbe essere una coscienza critica della società, non una scimmietta ammaestrata con un megafono del potere con cui propaganda la merda per cioccolato.
- Scimmiette ammaestrate della sinistra 2.0
Una delle tante scimmiette ammaestrate della sinistra 2.0 che infestano il web mi ha chiesto provocatoriamente quale fosse la mia idea di pace vista la situazione in Ucraina. Gli ho risposto: . Ovviamente le scimmiette ammaestrate, come i cattolici che non hanno mai letto la Bibbia, queste non hanno mai letto la Costituzione e quindi se la fanno raccontare dai salotti tv dai vari guru tipo Serra o Galimberti. Ovviamente se ne esce fuori col concetto di "pace giusta" che la Mattarella sta propagandando insistentemente tra un attacco verbale alla Russia e l'altro. . Poi inizia con la minchiata del "Peacekeeping" fatto dagli europei. Replico: . Niente, non c'è verso, non ci si riesce proprio a ragionare. Non sanno le cose. Quando le leggono non le capiscono seppure siano scritte in modo semplicissimo ed inequivocabile. Hanno il cervello obnubilato dalla propaganda. Il cavallo bianco di Napoleone è... nero, e 2+2=5. Torneranno a credere che Putin sia un grande statista quando la TV ricomincerà a dire, che è un grande statista come avveniva 15 anni fa.
- Giorgia non vince Sanremo ed è subito patriarcato!
La musica italiana ha un problema: il patriarcato! O forse no. O forse sì, ma solo quando ci fa comodo. Prendiamo il caso di Giorgia, che torna in gara a Sanremo 2025 con la sua tecnica e la voce angelica e potente, ma -sorpresa!- non vince. Com'era prevedibile, le femministe insorgono: "Ma come? Un'altra donna esclusa dal podio? Ma allora è un complotto!". Orde di critici musicali improvvisati nei salotti tv berciano: “Sanremo Patriarcale!" e “Ridateci Giorgia!". Ma fermiamoci un attimo a riflettere: è davvero il maschilismo sistemico il problema o semplicemente Giorgia non ha raccolto abbastanza voti? Perché, vedete, esiste questa cosa chiamata "democrazia " (che poi sia spesso pilotata dalle radio che volevano però Giorgia è un altro discorso), e funziona così: si vota chi piace di più. E l'anno scorso, guarda caso, ha vinto una donna: Angelina Mango. Annalisa terza e alla Bertè premio della critica. Ma questo, a quanto pare, non conta. Nessuno sembra ricordarselo. Non ricordano neppure che il festival si è aperto col premio alla carriera a Iva Zanicchi. Eppure, c'è chi ritiene che il festival andrebbe riformato per garantire una rappresentanza femminile degna, magari con le famigerate quote rosa nelle classifiche finali. La meritocrazia? Roba vecchia! E allora perché non assegnare una vittoria automatica ogni due edizioni a una donna, giusto per pareggiare i conti? Così, per sicurezza. E qui arriva il dilemma: se per supportare la presenza femminile nel panorama musicale decidessi di votare Serena Brancale perché, diciamocelo, è oggettivamente bona oltre che semplicemente donna, starei facendo un gesto politicamente corretto o cadrei nel più becero sessismo? È un voto di consapevolezza o di testosterone? La stessa dinamica si è vista recentemente a X Factor, quando la cantautrice dichiaratamente lesbica Francamente (che per me avrebbe dovuto vincere) ha denunciato in diretta che in finale sarebbe andata una sola donna su cinque artisti. "Uno scandalo!", ha berciato pure la giudice Paola Iezzi col suo pippone moralista auspicando che il Paese tutto si dia una “regolata”. Peccato che poi a vincere sia stata proprio l'unica donna in finale, Mimì, che oltretutto è nera. E qui nasce un'altra riflessione: se il voto deve rispondere a una logica di rappresentanza politicamente corretta, a questo punto, meglio votare una donna nera piuttosto che una donna bianca lesbica? Perché, tra nero e gay, il nero balza più all'occhio e garantisce un punto in più sulla scala della correttezza politica. Temo che Francamente col suo appello politicamente corretto un attimo prima del voto si sia tirata la zappa sui piedi. Il bello è che il dibattito su queste tematiche finisce sempre per aggrovigliarsi su se stesso. Perché, alla fine, il problema non è mai se un’artista è brava, carismatica o se ha portato la canzone della vita: il problema è che, se non vince, qualcuno grida al patriarcato. E se vince? Beh, allora ha vinto perché dovevano per forza far vincere una donna. Insomma, non se ne esce. Nel dubbio, l'anno prossimo proporrei di abolire del tutto la gara, rigide quote rosa e, infine, sorteggiare il vincitore con un generatore casuale di nomi. Così evitiamo qualsiasi sospetto di ingiustizia di genere e, nel caso di vittoria femminile, evitiamo di doverci interrogare se sia stata meritata o "dovuta". Fino ad allora, continuiamo a indignarci nei salotti TV e, nel frattempo, ascoltiamoci un po' di musica. Magari anche di Giorgia, che merita a prescindere dai premi , soprattutto per avere nel suo repertorio quel capolavoro della musica Italiana che è Gocce di Memoria.
- Tra Trump e Zelensky è il leder ucraino ad aver maltrattato il primo, non il contrario.
All'unisono i media mainstream ci riportano ideologicamente, ancora una volta, una realtà palesemente falsificata. L'incontro alla Casa Bianca tra Trump e Zelensky ci viene spacciato con la narrazione del povero Zelensky umiliato in diretta TV dal dal bullo Trump e dal suo gorilla Vance. Sembra quasi che Zelensky fosse stato invitato alla Casa Bianca per contrattare e che ,una volta verificato che il coraggioso leader ucraino stoicamente resisteva, i due hanno iniziato ad insultarlo ed umiliarlo in diretta TV. Chiunque faccia uno sforzo di razionalità e rimetta il bombardamento mediatico nella sua naturale collocazione della propaganda può intuire che, naturalmente, l’accordo era da firmare a favore di camere, come sempre accade nelle grandi occasioni, ma che la definizione dell’accordo stesso è, come sempre, avvenuta prima, in separata sede ad opera delle rispettive diplomazie. Da settimane Trump andava ribadendo che Zelenky era atteso alla Casa Bianca per firmare l'accordo (non certo per definirlo) https://www.rainews.it/maratona/2025/02/intesa-risorse-ucraine-venerd-zelensky-casa-bianca-trump-96084736-a4e3-4dd4-a63e-2442530dc7da.html Zelensky, quindi, si è presentato lí con l’impegno di firmare, ma ha tradito Trump facendogli uno sgarbo e una provocazione a casa sua come gli ha rimarcato Vance e lo ha fatto difronte alle tv. Non entro nel merito se Zelensky abbia fatto bene o meno, se fa parte di una sua strategia per il rilancio nella contrattazione o meno ma, oggettivamente, quello che ha mancato di rispetto in diretta TV a qualcuno è proprio il leader ucraino. Questo è esattamente quello che è avvenuto al netto della propaganda mediatica che ci sta bombardando e che continua a voler sostenere le ragioni della guerra in Ucraina. Probabilmente questa messa in scena serve ai leder europei per giustificare una ulteriore escalation nella guerra di fronte alle rispettive opinioni pubbliche che vengono ancora letteralmente gabbate.
- Femminicidi: ottime notizie
Ottime notizie dal fronte dell’emergenza nazionale femminicidi. Quest’anno le vittime di femminicidi sono diminuite di quasi il 21% passando da 43 a 34 (fonte https://femminicidioitalia.info ) . Gli omicidi di donne sono invece diminuiti da 117 a 109 segnando un calo del 7,3% che segue quello del 7,1% relativo al 2022/23. Si tratta di ottime notizie che però non troveranno spazio alcuno sui media mainstream in quanto disturbano la narrazione emergenziale a base di fakenews istituzionali a cui ormai da anni siamo abituati. E come sottolineiamo da anni, in Italia, al netto del sensazionalismo giornalistico, non è mai realmente esistita alcuna “emergenza nazionale femminicidi” poiché nella penisola il trend dei femminicidi segue quello degli omicidi di donne e degli omicidi in generale di cui sono sottocategoria ed è in costante calo dal dopoguerra ad oggi. L’Italia è, peraltro, uno dei paesi al mondo dove in assoluto si registrano meno omicidi dati alla mano e al netto delle varie propagande amplificate da media collusi. Per onestà andrebbe anche spiegato che stiamo parlando di numeri assoluti talmente esigui che si registrano variazioni impressionanti con meno di dieci casi all’anno, ma per spiegare il paradosso usiamo lo stesso metodo che va per la maggiore e che comunque produce risultati in contrasto alla narrazione dominante: anche quest’anno diminuiscono i femminicidi e diminuistcono drasticamente di quasi il 21%! Per saperne di più: https://www.ildetonatore.it/2020/10/14/lindagine-femminicidio-e-infanticidio-i-dati-reali-contro-la-propaganda-di-andreas-perugini/
- Femminicidi o suicidi?
Dal 2018 ad oggi, i cosiddetti “femminicidi”, in Italia, sono calati del 39,4% passando da 71 a 43. Sono poche decine l’anno, in accentuata e costante diminuzione dal dopoguerra ad oggi, come lo sono gli omicidi in generale, collocando l’Italia stabilmente agli ultimissimi posti relativamente alla violenza in generale e alla violenza di genere in particolare. Se nel complesso gli omicidi in Italia sono poco superiori alle 300 unità, i suicidi invece sono più di dieci volte tanto, ovvero intorno ai 4000. Nonostante questo, nessuno parla di “emergenza nazionale suicidi” e l’Italia rimane anche qui uno dei paesi più virtuosi, vantando un tasso pari alla metà della media europea. I dati Istat a nostra disposizione si fermano al 2020 e gli omicidi di donne in quell’anno sono 116 di cui 63 considerati “femminicidi”. Secondo lo studio di Eurispes, condotto sulle fonti dello stesso Istituto, gli uomini separati o divorziati suicidatisi nello stesso anno sono 138, ovvero più di tutte le donne assassinate nello stesso annoe oltre il doppio dei “femminicidi”. Negli anni precedenti, i dati sono del tutto simili. Tra i soggetti in questione si registra una crescente vulnerabilità e il rischio aumenta di ben 15 volte rispetto alla media. In Alto Adige, la regione coi dati più negativi, il tasso generale è il triplo rispetto alla Campania, che vanta i dati più positivi, ed il doppio rispetto alla media nazionale. Dunque, da una parte abbiamo un allarmismo sproporzionatorelativo alla cosiddetta “emergenza nazionale femminicidi”, non supportata dai dati reali ma quasi esclusivamente dalla propaganda, mentre dall’altra abbiamo numeri ben più allarmanti relativi ad un fenomeno per lo più taciuto. A parte il fatto che gli uomini uccidono maggiormente, come si suicidano di più, perché quelli separati o divorziati lo fanno 15 volte tanto? Con ogni evidenza, questo dipende dal fatto che la condizione economica causata dalla separazione porta ad una precarietà economica estrema. Un uomo divorziato si trova, in oltre il 90% dei casi, a dover mantenere i figli, perdendo la casa e dovendo sostentare una famiglia a distanza fino al raggiungimento dell’indipendenza economica della prole stesse (in Italia stimabile anche attorno ai 30 anni) e senza la possibilità di accedere a mutui per poter iniziare una nuova vita. E per la legge questo accade anche quando il divorzio è causato esclusivamente dalla volontà o dal comportamento della moglie. Sempre per la legge, se ad una donna è concesso non riconoscere il figlio appena partorito rinunciando alla maternità (è stata varata per limitare gli infanticidi commessi principalmente da donne), l’uomo sarà invece chiamato a rispondere della paternità anche a distanza di decenni attraverso l’esame del dna. Secondo la Caritas, dei 4 milioni di padri separati, 800.000 vivono sulla soglia di povertà e quasi il 50% degli assistiti dall’organizzazione umanitaria è rappresentato da questa categoria. E, per fortuna, che la nostra è una Nazione patriarcale! Andreas Perugini Raffaella Casari articolo pubblicato su Il Detonatore e censurato dal quotidiano Alto Adige (risposta in privato del direttore: "Non è una gara"
- Cosa sono esattamente i radical-chic
I radical chic in Alto Adige amano utilizzare il termine cacofonico “Sudtirolo" anziché "Alto Adige" perché "Alto Adige" (termine coniato dai Francesi nel periodo napoleonico) a loro dire sarebbe fascista. I più raffinati usano il termine "Alto Adige/Südtirol” sostenendo che quella sia la denominazione ufficiale della provincia. Peccato solo che in tedesco nessuno dica "Alto Adige/Südtirol" e neppure "Südtirol/Alto Adige", ma semplicemente “Südtirol". In Italiano, parimenti, è corretto dire "Alto Adige" e lo Statuto di Autonomia ne definisce la parità. La barra obliqua (lo slash) internazionalmente si utilizza come separazione fra diverse alternative. I due termini si possono utilizzare ufficialmente in alternativa e non devono essere utilizzati contemporaneamente come credono i radical chic bramosi di prostrarsi culturalmente alla minoranza tedesca che poi qui in Alto Adige è maggioranza al governo dal dopoguerra ad oggi. E sempre in Alto Adige a proposito del leggere senza capire una mazza, un noto opinionista radical chic come da copione ossessionato dal fascismo, è assurto alla ribalta delle cronache nazionali per aver "insultato la Meloni da insegnante" (cosa per altro non vera). In un'intervista ad un giornalista si professava ammiratore di Ennio Flaiano che veniva da lui definito suo "maestro". Ecco, Flaiano appunto, quello de "In Italia ci sono due tipi di fascismo: il fascismo e l’antifascismo”. I radical chic rappresentano, per così dire, la quinta colonna della borghesia progressista all’interno di una Sinistra da loro monopolizzata. Ma chi sono? Il termine è stato coniato negli USA, nel 1970, per etichettare certi rappresentanti della borghesia bianca di Sinistra che simpatizzavano per le Pantere Nere. Naturalmente, in Italia, se oggi viene utilizzata questa etichetta, lo si fa fuori da quel contesto originario. La Treccani cita questo termine perché “riflette il sinistrismo di maniera di certi ambienti culturali d’élite, che si atteggiano a sostenitori e promotori di riforme o cambiamenti politici e sociali più appariscenti e velleitari che sostanziali”. Non c’è più un riferimento particolare alla reale disponibilità economica, ma va detto che certamente nessuno di questi è un operaio e, se non vive in quartieri borghesi, agogna di farlo aborrendo decisamente la prospettiva di stare in mezzo al popolo. Precisamente, egli lo disprezza e, infatti, i suoi rappresentanti sono riusciti ad usare il termine “populista”, nato per descrivere la Sinistra russa pre-sovietica, come sinonimo di “demagogo” e come offesa rivolta ai politici di Destra. Preferiscono decisamente dimenticare che un grande presidente italiano populista fu Sandro Pertini. Hanno letteralmente stravolto il significato originario del termine, sottolineando così la loro inclinazione al voler recidere le radici che li collegavano alle masse. Non hanno però cancellato il resto dei loro legami, per esempio quelli con lo stalinismo. Infatti, mantengono viva la vocazione per manettee rieducazione. Come dimostrato recentemente da Bonelli (alleanza Verdi-Sinistra), che ha presentato un disegno di legge per l’introduzione del reato di “negazionismo climatico”, sono così visceralmente intolleranti da invocare la sanzione per reprimere chiunque non condivida le loro deliranti opinioni e ossessioni. Recentemente quelli, per così dire, più ambiziosi, sono arrivati ad accarezzare l’idea del superamento del suffragio universale e dell’introduzione della scheda elettorale a punti. Poiché il popolo ignorante vota a Destra, bisogna superare la balzana idea illuminista che le urne siano diritto universale. Per contrastare il fascismo dilagante (una loro tipica ossessione, appunto), sognano la restaurazione dell’ancien régime. Alcuni si spingono a teorizzare l’idea che tale diritto vada vincolato al titolo di studio o, almeno, ad un esame di cultura generale. Altri, addirittura, immaginano che la possibilità di procreare figli debba avere un vincolo simile. Sei troppo ignorante? Non hai un conto corrente adeguato? Vai sterilizzato! E qui, evidentemente, si va oltre non solo al fascismo, ma pure all’ancien régime. Secondo tali statalisti, il moloch amministrativo ha il pieno diritto di metterti non solo le mani in tasca, ma anche addosso. Lo abbiamo visto con la gestione dell’emergenza pandemica: per il bene collettivo, lo Stato ti può togliere i tuoi diritti fondamentali e vaccinarti in modo coercitivo. I radical-chic allora berciavano: “Mi divertirei a vederli morire come mosche” (Andrea Scanzi); “I cani possono sempre entrare. Solo voi, come è giusto, resterete fuori” (Sebastiano Messina); “Vagoni separati per non vaccinati” (Mauro Felicori); “Verranno messi agli arresti domiciliari, chiusi in casa come dei sorci” (Roberto Burioni); “Vorrei un virus che ti mangia gli organi in dieci minuti riducendoti a una poltiglia verdastra che sta in un bicchiere per vedere quanti inflessibili no-vax restano al mondo” (Selvaggia Lucarelli); “Lo Stato dovrà decidere di prendere un po’ di persone per il collo e farle vaccinare” (Lucia Annunziata)… ecc., ecc – troppo lungo l’elenco delle citazioni. In Italia, il più grande quotidiano radical chic (tecnicamente della Sinistra Progressista) è “La Repubblica”. Questo vanta come direttore Maurizio Molinari, uno che, in modo sempre pacatissimo, esprime però concetti assolutamente aberranti come quelli contro i no-vax, che vanno incarcerati come terroristi e le armi italiane in Ucraina che salvano vite. D’altra parte ha sostituito il fondatore Eugenio Scalfari che, da vero ex fascista iscritto al PNF e uomo di vocazione monarchica, si è reinventato guru dei radical chicfondando un quotidiano che si rifà alla repubblica fin dal nome. Si può certo cambiare idea, ma lui non ha mai mutato la sostanza reazionaria, come si evince da questa intervista concessa negli ultimi suoi anni di vita: “I poveri hanno solo bisogni primari” (https://www.youtube.com/watch?v=D_ADpBw5DmU), specie di inno allo snobismo. I radical chic sono letteralmente ossessionati dal fascismo, ma non lo sanno riconoscere neppure per sbaglio. Per combattere quello del Ventennio, sono pronti a realizzare la democrazia 2.0 che poi è la stessa cosa del fascismo 2.0: un benestante regime capitalista privo di libertà, diritti e democrazia, in cui l’individuo va sacrificato al bene comune della collettività (concetto alla base di qualsiasi autoritarismo). Il modello è quello della moderna Cina. Mentre appoggiano la guerra in Ucraina e tacciono sul genocidio palestinese, sbraitano di saluti romani e di mettere fuori legge i partiti e gruppi fascisti: “Il fascismo non è un’opinione, è un reato” (siamo sempre lì!) e citano la Costituzione come fanno i cattolici con la Bibbia, senza averla mai letta. Si fidano di quello che gli raccontano dai pulpiti della politica i loro sacerdoti laici. Peccato che la Costituzione non riporti in nessun passaggio quello che loro ottusamente sostengono. Le famose disposizioni transitorie e finali, che servivano per il passaggio dalla costituzione monarchica a quella repubblicana, dicono solo che è vietata la ricostituzione del PNF e, per 5 anni, la candidatura dei “capi”. Perso il supporto della Costituzione, iniziano quindi ad invocare la Legge Scelba: Scelba, uno che di comunisti veri ne ha fatti ammazzare a centinaia. I radical chic sono convinti di essere antropologicamente superiori agli altri, culturalmente e moralmente. In realtà, leggono poco, studiano poco e, soprattutto, anche se lo fanno, capiscono meno di niente. Sono convinti di sapere e non sanno. Sono persuasi che il popolo bue sia disinformato e nutrito dalle fake news lette sui social network, mentre si rivolgono ai media mainstream, leader nella divulgazione di falsità (una per tutti: le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein). Per questo motivo credono fermamente nella super fake dell’emergenza nazionale femminicidi e dell’esigenza di una rieducazione del maschio italico. (https://www.ildetonatore.it/2020/10/14/lindagine-femminicidio-e-infanticidio-i-dati-reali-contro-la-propaganda-di-andreas-perugini/). I radical chic sono devoti, non nella vecchia religione, ma di quella nuova: la Scienza. “Credono nella scienza” ignorando che il metodo scientifico non presuppone alcun atto di fede e che il credere è proprio dei culti, mentre sul dubbio si basa la ricerca. Hanno semplicemente sostituito un totem con un altro e obbediscono a un nuovo clero di scienziati interpreti della parola di questo essere senziente ed onnipotente. Lo zerbinismo culturale è lo sport più praticato da codeste figure. Per questo sono campioni assoluti di cancel culture. I termini vanno continuamente manipolati o direttamente cancellati, per aggiornarli alle nuove esigenze e assecondare anche le istanze più assurde delle minoranze. Ma più che un genuino sentimento di rispetto (cosa evidente proprio nella gestione pandemica), questo atteggiamento nasce dal disprezzo del popolo e della sua cultura. Essi non amano particolarmente gli stranieri ma, semplicemente, disprezzano gli Italiani. Vorrebbero riplasmarli, possibilmente sostituirli. Sono quindi a favore di un’immigrazione incontrollata. Sostengono un modello di sviluppo in cui l’Italia esporta centinaia di migliaia di giovani laureati, per importare africani sotto-scolarizzati che vanno a fare da schiavi nei campi di pomodori. La scusa è che, come affermato sistematicamente dai vari leader della sinistra, “Gli immigrati servono all’economia e ci pagano le pensioni”. Con buona pace di tutti gli ideali progressisti e di sinistra. In un sol colpo hanno, così, masse prive di coscienza da sfruttare e le mettono in concorrenza sleale con le fasce più deboli della popolazione italiana – questo particolare fenomeno di auto-razzismo si definisce oicofobia. Per concludere, i radical chic in Italia hanno il quasi monopolio dell’intellighenzia ed occupano praticamente tutti i gangli delle istituzioni soprattutto culturali e del potere. Avendo ripudiato le proprie radici socialiste, per abbracciare le istanze del globalismo più sfrenato (ma non lo ammetteranno mai, professandosi piuttosto “progressisti”, come da scuola Scalfari), rappresentano oggi un baluardo di questa supremazia ideologica. Sono, naturalmente, anti sovranisti (“sovranista” is the new “fascista”), quando invece il PCI era sovranista ed anti atlantista (ricordate il vecchio motto cubano, sotto l’effige di Che Guevara, “Patria o muerte!”?). Se un tempo c’erano i no-global, ora loro sono il nuovo fronte pro-globalizzazione. Teorizzano la fine dei confini sostenendo un concetto astratto che non esiste nella storia, nella geografia e neppure in natura, sapendo perfettamente che così lasciano libere di scorrazzare le multinazionali e che i confini proteggono i più poveri che, comunque, loro disprezzano. Se un tempo l’intellettuale di Sinistra mostrava il pugno chiuso o sventolava anche provocatoriamente la bandiera del nemico, oggi, nei salotti TV in cui si sono accomodati i rappresentanti dell’intellighenzia, si appuntano al petto la spilletta dell’Ucraina e gli artisti dal palco proclamano “Fuck Putin!”, dicendo solo un po’ più scurrilmente quanto sostiene già la von der Leyen a Bruxelles – ciò significa non avere alcun modello antagonista, sia pur imperfetto, da contrapporre al nostro che è vocato all’atlantismo, oltre al progressivo smantellamento dello stato sociale e della cultura europea. I radical chic che egemonizzano la sinistra sono i principali responsabili della totale deriva di questa area politica che, in tutte le sue contraddizioni, comunque ha garantito lo sviluppo della nostra società o, meglio, della nostra civiltà. pubblicato su Il Detonatore